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Pubblicato da Matteo Grossi [Presidente Safe House]

Quanto vale un essere umano?

Quanto vale un essere umano?

Dentro il sistema dell'assistenza sociale, tra bandi, finanziamenti, strutture insufficienti e persone che rischiano di diventare numeri.

Un sabato di gennaio, un ragazzo è arrivato da noi completamente zuppo dalla pioggia. Non chiedeva denaro. Chiedeva un pasto e un cambio di vestiti.

Si chiama Giggi, nome di fantasia. Era arrivato in Italia undici anni prima. Aveva un permesso di soggiorno regolare da anni, lavorava ed era una persona che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto avere tutti gli strumenti per costruirsi una vita dignitosa. Eppure quel sabato era davanti a noi, bagnato dalla testa ai piedi, dopo mesi trascorsi tra dormitori e strada.

Quella storia, come molte altre che incontriamo ogni giorno, ci ha fatto porre una domanda semplice: come può una persona arrivare a vivere per strada dopo essere stata per anni dentro un sistema che avrebbe dovuto accompagnarla?

Ogni giorno, nei nostri servizi di prossimità, negli interventi in strada e negli sportelli alla persona, incontriamo persone di nazionalità, età e storie differenti. Eppure, molto spesso, il racconto è lo stesso. Ci raccontano di essere diventate numeri. Numeri per un progetto. Numeri per un finanziamento. Numeri per una graduatoria. Numeri per una statistica. E non più persone.

C'è chi aspetta da anni un inserimento in un percorso sociale o lavorativo. C'è chi dorme per mesi in strada perché le strutture sono piene. C'è chi, con un ISEE considerato troppo alto, rimane fuori da un servizio di assistenza alimentare pur non riuscendo ad arrivare alla fine del mese.

È quella che noi chiamiamo fascia grigia. Persone che non sono abbastanza povere per rientrare nei servizi, ma non hanno abbastanza risorse per vivere con dignità.

E così le mense diventano la nuova normalità. Un servizio nato per l'emergenza diventa parte della routine di chi lavora, di chi percepisce una pensione, di chi ha avuto un imprevisto e improvvisamente si è ritrovato senza la possibilità di pagare tutto.

A volte basta poco per cadere. E quando si cade, rialzarsi può diventare impossibile.

Viviamo in una società sempre più divisa. Da una parte c'è chi può permettersi di spendere cifre importanti ogni mese in rate e finanziamenti. Dall'altra c'è chi con quelle stesse cifre deve scegliere se pagare un affitto, mangiare o dormire in un luogo sicuro.

E nel mezzo c'è una fascia sempre più ampia di persone che non rientra pienamente né da una parte né dall'altra. Una fascia che rischia di essere invisibile.

Nel frattempo, associazioni e organizzazioni spesso si trovano a competere tra loro per ottenere risorse, invece di riuscire a lavorare realmente in squadra. Ognuno guarda il proprio giardino. A volte per necessità. A volte per paura di perdere un bando. A volte perché il sistema stesso porta a competere invece che a collaborare.

Ed è qui che nasce una delle nostre maggiori preoccupazioni: la corsa al bando.

La corsa al bando

Il sistema dovrebbe mettere al centro la persona. Ma cosa succede quando il progetto diventa più importante della persona che quel progetto dovrebbe aiutare?

Assistiamo sempre più spesso a organizzazioni che trascorrono mesi a costruire un progetto per ottenere un finanziamento e poi devono dedicare una parte enorme delle proprie energie a mantenerlo, rendicontarlo e riproporlo. Anno dopo anno. Progetto dopo progetto. Bando dopo bando.

E attività essenziali, come la distribuzione dei pasti, una mensa, uno sportello di ascolto o un servizio di prossimità, rischiano di trasformarsi in prestazioni da contabilizzare. Un pasto diventa un numero. Un intervento diventa un numero. Una persona diventa un numero.

E noi ci chiediamo: quando abbiamo iniziato a misurare il valore di una persona attraverso il costo della prestazione che le viene fornita?

Vediamo ogni giorno pubblicità, post sui social e comunicati che raccontano quanto il terzo settore e le amministrazioni pubbliche investano per migliorare i servizi e generare impatto sociale. Ma chi vive quelle situazioni spesso racconta un'altra storia.

Non vogliamo dire che tutto il terzo settore sia così. Sarebbe ingiusto e soprattutto falso. Conosciamo persone e organizzazioni che lavorano ogni giorno con passione, sacrificio e pochissime risorse.

Il problema, per noi, nasce quando il terzo settore smette di essere uno strumento al servizio delle persone e rischia di diventare esso stesso un ingranaggio del sistema che dovrebbe contribuire a cambiare.

È in quel momento che il progetto può diventare più importante dell'essere umano.

Quando il sistema perde la persona

Torniamo a Giggi.

Abbiamo aperto un fascicolo e abbiamo iniziato prima di tutto a intervenire e poi a ricostruire la sua storia, cercando di ricollegare i vari punti. Quello che è emerso ci ha lasciati senza parole.

Gli enti che avrebbero dovuto accompagnarlo non avevano contatti con lui da circa due anni. L'ultimo personale che lo aveva seguito non sapeva neanche quale tipo di permesso di soggiorno avesse.

Due anni senza contatti. Due anni nei quali una persona può cambiare completamente la propria vita. Due anni nei quali può perdere il lavoro, la casa, i documenti, la salute, le relazioni. Due anni nei quali può finire in strada.

Da quel momento è iniziato con Giggi un rapporto che è andato oltre l'assistenza. È diventato un rapporto umano. Un rapporto di fiducia.

Oggi Giggi è fuori dalla strada e sta combattendo contro lo sfruttamento lavorativo e contro un sistema assistenziale che, nella nostra esperienza, troppo spesso rischia di creare dipendenza invece di costruire indipendenza.

Eppure continua a farlo con dignità.

Ed è proprio questo che ci interessa. Non vogliamo persone eternamente assistite. Vogliamo persone messe nelle condizioni di non avere più bisogno di essere assistite.

L'emergenza diventata normalità

Il problema diventa ancora più evidente quando guardiamo alle strutture di accoglienza.

Vediamo strutture piene e persone che rimangono fuori. Vediamo strutture che esistono sulla carta ma che non riescono a rispondere realmente ai bisogni. Vediamo persone costrette a vivere in condizioni che non dovrebbero essere accettabili.

Famiglie alle prese con infestazioni. Docce inutilizzabili. Servizi essenziali che diventano difficili persino da ottenere.

E a volte persino una doccia, che dovrebbe essere un servizio elementare, viene trasformata in un sistema di ticket e bonus attraverso il quale si arriva a fornire soltanto l'acqua, senza nemmeno il sapone.

Sono situazioni che, viste da fuori, possono sembrare episodi isolati. Per chi lavora sul territorio, però, diventano una realtà quotidiana.

E la parte più frustrante è vedere come le persone finiscano per abituarsi. Si abituano alle attese. Si abituano alle porte chiuse. Si abituano ai “non c'è posto”. Si abituano ai “torni domani”. Si abituano a essere rimbalzate da un ufficio all'altro. Fino a convincersi che sia normale.

Quando nessuno risponde

Abbiamo incontrato una famiglia richiedente asilo con tre minori a carico, tra cui una bambina di appena un anno, lasciata a dormire in strada per più di un mese.

Un mese. Una famiglia con bambini. In strada.

Siamo dovuti intervenire per vie legali nei confronti degli enti responsabili. E il giorno dopo, quasi per magia, un posto in struttura è comparso.

A quel punto la domanda diventa inevitabile:

quel posto non esisteva davvero oppure nessuno aveva deciso di renderlo disponibile prima?

Sono domande difficili. Ma sono domande che dobbiamo avere il coraggio di fare.

Perché non possiamo accettare che l'accesso a un luogo sicuro dipenda dalla capacità di una persona di insistere, conoscere qualcuno, trovare un'associazione che la accompagni o arrivare fino a un'azione legale.

Non possiamo accettare che una persona debba dimostrare di essere abbastanza disperata per essere ascoltata.

Chi decide chi merita di essere aiutato?

È giusto che esista una selezione per stabilire chi può accedere a un posto in una struttura?

È giusto che una persona venga considerata troppo “ricca” per ricevere un pasto perché il suo ISEE supera una soglia, quando nella realtà non riesce comunque ad arrivare alla fine del mese?

È giusto che una famiglia possa rimanere in strada mentre esistono strutture finanziate per accoglierla?

È giusto che chi vuole attraversare una nazione alla ricerca di un futuro migliore venga considerato prima un problema e solo dopo un essere umano?

E soprattutto: chi siamo noi per decidere quale sia il valore della vita di una persona?

Queste sono alcune delle domande che ogni giorno entrano nei nostri sportelli, nelle nostre case, nelle nostre strade e nei nostri pensieri. Non abbiamo tutte le risposte. Ma abbiamo imparato che non possiamo smettere di fare le domande.

La disobbedienza come scelta umana

Per noi esiste un principio fondamentale. Lo chiamiamo disobbedienza sociale e civile.

Non significa cercare il conflitto per il gusto del conflitto. Non significa ignorare le responsabilità.

Significa scegliere, quando una situazione lo richiede, di mettere l'essere umano prima del sistema.

Significa intervenire in qualunque modo, in qualunque momento e in qualunque situazione, quando una persona deve essere salvata, tutelata o protetta.

Significa non rimanere fermi davanti a una situazione ingiusta soltanto perché un ufficio non risponde, una procedura non lo permette, un servizio è pieno o un regolamento dice di aspettare.

Per noi, quando la vita, la dignità e la sicurezza di una persona sono in gioco, l'essere umano viene prima. Prima dello Stato. Prima del governo. Prima della burocrazia. Prima del progetto. Prima del bando. Prima del finanziamento.

Questo è un nostro valore fondamentale.

Perché crediamo che rispettare le regole non possa significare diventare indifferenti davanti alla sofferenza.

E crediamo che una società veramente civile non sia quella che ha più procedure, più moduli o più servizi sulla carta.

È quella che, davanti a una persona che chiede aiuto, riesce ancora a vedere una persona.

Non vogliamo persone assistite. Vogliamo persone libere.

In un mondo nel quale sempre più famiglie rischiano di ritrovarsi senza una casa, senza un lavoro sufficiente a vivere dignitosamente o senza qualcuno che sappia realmente ascoltarle, dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione ciò che consideriamo normale.

Non possiamo costruire un sistema nel quale l'emergenza diventa permanente.

Non possiamo trasformare le mense in una soluzione abituale alla povertà.

Non possiamo accettare che l'housing sociale diventi l'ultima tappa di percorsi che non restituiscono autonomia.

Non possiamo pensare che basti aprire uno sportello se dietro quello sportello non c'è più un essere umano disposto ad ascoltare.

E non possiamo permettere che la persona diventi il mezzo attraverso il quale ottenere un finanziamento, un progetto, un posto di lavoro o una carriera.

Ogni persona ha il diritto di vivere con dignità.

Che sia all'inizio della propria vita o alla fine. Che abbia un lavoro o lo abbia perso. Che sia italiana o straniera. Che abbia una casa o la stia cercando. Che abbia bisogno di un pasto oggi o di un percorso lungo mesi.

La dignità non può dipendere da un bando. Non può dipendere da una graduatoria. Non può dipendere da un numero. E soprattutto non può dipendere da quanto vale economicamente quella persona per il sistema.

Perché alla fine la domanda da cui siamo partiti rimane sempre la stessa: quanto vale un essere umano?

Per noi la risposta è semplice.

Non ha un prezzo.

Matteo Grossi
Founder & President, Safe House
Working every day to put people before the system.